VERSO UN’ECOLOGIA PROFONDA

di Guido Dalla Casa

 

Introduzione

 

L’idea più corrente che viene evocata nell’opinione pubblica quando si parla di azione “ecologista” o “verde”, è che questa consista essenzialmente nel vigilare affinchè il “naturale progresso dell’umanità” avvenga senza inquinamenti e senza modificare troppo l’ambiente, che è considerato bello e quindi “da salvare”. In sostanza, quella che viene chiamata azione ecologista è la “protezione dell’ambiente”: non inquinare, mantenere pulito il paesaggio, installare filtri e depuratori e conservare qua e là alcune isole di natura dove recarsi a scopo ricreativo, i “Parchi”.

La componente di pensiero sopra accennata è oggi abbastanza presente nell’opinione pubblica e la sua massima diffusione è certamente utile.

Nelle note che seguono proporrò alcune domande più profonde, pur considerando pienamente valide le azioni sopra citate, provando ad evidenziare qualcosa a cui molti non hanno mai pensato soltanto perché le concezioni che si respirano fin dalla nascita appaiono ovvie e quindi non appaiono affatto: costituiscono la base del modello in cui viviamo, cioè la civiltà industriale, espressione attuale della cultura occidentale.

Poniamoci allora alcune domande:

–        Perché il dramma ecologico è nato proprio nella cultura occidentale?

–        Perché consideriamo la civiltà occidentale ed i suoi miti come quelli “veri”?

–        Che cosa sono lo sviluppo e il benessere?

–        Il concetto di progresso è universale ed evidente?

–        Che posizione ha la nostra specie nell’Universo?

–        Cosa ne pensano le altre culture umane?

Poiché la distruzione degli equilibri naturali è opera della civiltà industriale e della sua tumultuosa espansione, per ottenere qualche miglioramento globale e permanente in questo campo è necessario:

–        intaccare le concezioni che l’hanno fatta nascere;

–        porre in discussione la sua visione del mondo.

1.- L’ecologia di superficie

      In questo capitolo descriverò brevemente quel tipo di “ecologia” cui ci si riferisce di solito e che viene accettata da un numero rapidamente crescente di persone. Userò a questo scopo il linguaggio che più frequentemente viene utilizzato dai mezzi di comunicazione, quando si occupano del problema ecologico.

 

Secondo questa ecologia, in cui si mantiene la distinzione fra “l’uomo” e “l’ambiente”, la Terra va tenuta pulita e piacevole perché è “l’unica che abbiamo”, è “la nostra casa”, è un Pianeta fatto per noi. E’ necessario “difendere l’ambiente” perché l’umanità possa viverci meglio: le modifiche devono essere fatte “a misura d’uomo”.

Ad esempio, una palude va salvata perché fa da polmone nelle piene, perché è ricca di vita e quindi ci fornisce un buon sostentamento (prelevando quel tanto che non intacca l’equilibrio dell’ecosistema), perché ci possiamo ricreare andandola a vedere, e così via.

La foresta va salvata perché ci dà l’ossigeno, perché abbiamo ancora tante cose da imparare su di essa, perché molte specie potranno un giorno darci nuove colture agricole, per i nuovi medicinali e per scopi ricreativi o di conoscenza.

Già i motivi per salvare ampi spazi di deserto appaiono meno evidenti. Tuttavia alcuni deserti ci vogliono, per studiare le specie che vi si sono adattate e perché questo ambiente possa servire da palestra per il nostro ardimento, visto come un notevole valore “sportivo”.

In definitiva la posizione centrale e del tutto particolare dell’”uomo” non viene messa in discussione.

Ogni movimento ecologista che derivi da concezioni marxiste, cattoliche o protestanti rientra nella categoria dell’ecologia di superficie. Tali posizioni sono figlie dell’Occidente, danno grande valore all’uomo e alla “storia” e hanno come mito il “progresso”.

          Come sottofondo metafisico, queste concezioni ritengono che l’universale (cioè la “materia” o il “mondo fisico”) sia una specie di orologio che l’uomo, unico essere diverso, può e deve modificare a suo vantaggio.

          Il fatto di ritenere che esista un Orologiaio (il Dio dell’Antico Testamento) oppure che non esista (materialismo) provoca differenze ben poco rilevanti. Con entrambe le posizioni ci si comporta nei confronti della Natura pressochè allo stesso modo. Da una parte si ritiene che il diritto-dovere di modificare il mondo provenga da Dio, dall’altra da una specie di “merito selettivo” che ci ha resi, in sostanza, gli unici detentori di “spirito”; ma gli effetti sono praticamente gli stessi.

          Entrambe le posizioni si ispirano alle concezioni filosofiche del pensatore francese del Seicento René Descartes, comunemente noto con il nome di Cartesio.

In sostanza in questa visione del mondo la natura va protetta perché è “res communitatis” e non è “res nullius”. Resta comunque sempre “res”, si tratta di “proprietà”, di patrimonio comune, qualcosa da salvaguardare, ma che si deve “utilizzare”.

Quasi tutti i movimenti ecologisti oggi esistenti, essendo figli della cultura occidentale e della sua concezione del mondo, si ispirano ai princìpi qui accennati: del resto, se così non fosse, probabilmente avrebbero un sèguito numerico minore.

          Questa posizione assomiglia abbastanza all’idea di un organismo visto come “ambiente” delle cellule nervose o di qualsiasi organo considerato come centrale (l’uomo): questo organo, o gruppo di cellule, avrebbe il diritto di modificare il corpo, tenendolo vivo, per trarne vantaggio, cioè per ottenere la sua espansione equilibrata e il suo sviluppo.

          Poiché questa concezione si inquadra nel pensiero generale dell’Occidente, non viene messa in dubbio l’idea che l’aspirazione logica di ogni individuo e di ogni collettività sia “l’affermazione” o “il successo”. In sostanza, tutto può continuare come prima, installando filtri e depuratori e salvando qualche isola di Natura in giro per il mondo.

continua

http://www.estovest.net/rtf/verso_una_ecologia_profonda.rtf

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