MEDITAZIONE TAOISTA

Chiudi gli occhi e vedrai con chiarezza

Smetti di ascoltare e sentirai la verità

Resta in silenzio e il tuo cuore potrà cantare

Non cercare il contatto e troverai l’unione

Sii quieto e ti muoverai sull’onda dello spirito

Sii delicato e non avrai bisogno di forza

 Sii paziente e compirai ogni cosa

Sii umile e manterrai la tua integrità

 

 

 

http://blog.libero.it/Lucedoriente/view.php?reset=1&id=Lucedoriente

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La transizione interiore

La transizione interiore
Quando intraprendiamo il percorso del cambiamento pensiamo quasi esclusivamente ai concreti passi da compiere, ma trascuriamo il nostro mondo interiore fatto di credo e valori altrettanto importanti per la riuscita del cambiamento: ignoriamo infatti che sono proprio questi il principale ostacolo alla via del successo.

Per questo motivo il movimento “Transition Town” – comunità che puntano ad una riconversione ecologica, in grado di essere autosufficienti rispetto all’esterno per quanto riguarda il cibo, l’energia e le attività economiche, in considerazione del picco del petrolio e del cambiamento climatico – dedica una notevole parte del proprio pensiero e del proprio programma agli elementi psicologici, emotivi e spirituali: perché si rende conto che la loro comprensione è fondamentale per compiere quel cambiamento paradigmatico richiesto per passare da una società basata sui consumi e sulla crescita industriale perpetua a una società a sostegno della vita. L’ispirazione e l’ausilio vengono presi in gran parte dall’importante lavoro che Joanna Macy, l’ottuagenaria ecofilosofa che si occupa di ecologia profonda, ha svolto su questi temi, esplorando innanzitutto il sistema valoriale alla base della nostra società attuale.

 

I tuoi workshop su “Il lavoro che riconnette” sono riusciti a mobilitare e dare supporto a tante persone nonché attivisti. Hai notato dei cambiamenti significativi negli approcci e riscontri durante gli anni più recenti?
Le persone che vengono ai miei workshop o anche solo alle mie presentazioni, dove cerco sempre di inserire una parte di lavoro esperienziale, sembrano pronte per muoversi in fretta, per ritornare in collegamento con le dimensioni emozionali, psicologiche e spirituali, come se si stessero mettendo in contatto con la loro coscienza interiore, rendendosi conto che questa nostra civiltà ha preso una strada sbagliata, almeno negli ultimi decenni. Sono pronte per uscire dalla bolla di illusioni e delusioni che li aveva resi insensibili ai veri bisogni del mondo. Stanno tirando fuori tutto il loro coraggio.

Durante questi tempi molto difficili, con una profonda crisi ecologica ed economico-finanziaria, molte persone iniziano a prevedere un collasso sistemico. Cosa sta succedendo, per esempio, negli Stati Uniti?
Qui, negli Stati Uniti, c’è molta paura e rabbia per il collasso economico. Il Governo, con nostro disappunto ma probabilmente per ragioni inevitabili, sta cercando di supportare il mercato finanziario e le regole di Wall Street – che si sono dimostrati incapaci di rispondere ai bisogni reali delle persone e del mondo naturale.

Il rischio di un panico collettivo è molto alto. Come vedi tutto ciò?
Alcune persone permangono in uno stato di paura e sperano che il sistema possa essere “aggiustato”, mentre sempre più persone diventano pronte per plasmare una nuova società a sostegno della vita.
Lo fanno in due modi: iniziano a lavorare in modo molto creativo e collaborativo a livello locale, come succede all’interno del movimento Transition Towns, e cercando nuove soluzioni per l’uso del suolo, del cibo, dell’autosufficienza energetica ecc. Io lo chiamo “costruire il nuovo nel guscio del vecchio paradigma”, il quale è destinato a morire perché oltre a non funzionare ed essere autodistruttivo, causa innumerevoli sofferenze. Le persone però nel frattempo non aspettano che il sistema dominante sparisca, ma creano il nuovo e lo stanno già facendo – mentre noi, qui, parliamo – così come lo vediamo nelle Transition Towns oppure negli ecovillaggi.

Ma a livello nazionale e globale cosa può essere fatto?
Dobbiamo cercare di influenzare le politiche nazionali e collettive. Proprio recentemente si sono creati dei nuovi “think tank” – gruppi che studiano i vari settori delle politiche pubbliche, con un’attenta analisi della politica sociale, dell’economia, la scienza e la tecnologia – anche a Washington, impegnati nella creazione di un’agenda per una nuova economia. A questo proposito consiglio il nuovo libro di David Korten, Agenda for a new economy, in cui l’autore ripropone l’idea di Richard Heinberg, che suggerisce di lavorare a livello locale preparando delle “scialuppe di salvataggio” oltre a stabilire passi e politiche molto concreti e articolati sia a livello nazionale che internazionale che permettano il cosiddetto passaggio da “Wall Street” a “Main Street”. Wall Street ha depauperato la nostra ricchezza quindi dobbiamo cambiare il sistema. I risparmi delle persone sono semplicemente spariti, motivo per cui si prevedono sommosse popolari ecc., che contribuiscono a creare uno scenario alquanto apocalittico.

Quali prospettive vedi quindi?
Vedo che nelle Transition Towns, come in tanti aspetti del “Great Turning” (La grande svolta), le persone si stanno riappropriando di modi di vita collaborativi e si cercano, come era in uso tante generazioni fa. La caratteristica di questi tempi è l’orrenda incertezza, il fatto che potrebbe andare bene o male. Potremmo arrivare alla grande svolta o alla grande disfatta e, in questo caso, saremo sopraffatti da carestie ed evacuazioni dovute al picco del petrolio e al cambiamento climatico. Oppure, possiamo cercare di accelerare la nuova e immensa rete di interconnessioni, alla base di una società più decente.
Non posso dire alle persone che tutto andrà per il meglio, dobbiamo essere sinceri perché è un momento di disperazione e di grande pericolo. Dobbiamo appellarci alla nostra intelligenza e al nostro coraggio e liberarci di quelle nozioni legate a privilegi e diritti acquisiti, lasciando emergere anche la saggezza indigena e ancestrale. A volte penso che non abbiamo speranza di sopravvivere, però ogni volta che interagisco con le persone con cui lavoro nei workshop mi sento più sollevata.

In effetti, quando si è in posizione di incoraggiare qualcuno possiamo nutrire una grande speranza o una sorta di panico, testimoniando un brusco cambiamento da uno stato d’animo all’altro.
Penso che questo duplice atteggiamento sia molto diffuso ed è importante riconoscerlo e capire quanto è utile. È molto utile poter sentire la paura perché ci aiuta a capire quello che sentono anche le altre persone e conduce a sentimenti di compassione e di rispetto per quello che gli altri stanno vivendo. Avere sempre un atteggiamento estremamente fiducioso non sarebbe molto utile perché le persone non si fiderebbero. Invece, in questo momento, è naturale mostrare le ferite e le sofferenze che questi tempi ci infliggono e le perdite che si stanno producendo – perdiamo le specie, gli ecosistemi, la civiltà, le lingue – questo lo sappiamo! Il lutto che sentiamo è più che comprensibile. Imparare a rendere onore a questa sofferenza, che è uno degli obiettivi chiave dei miei workshop – cioè onorare il dolore per il mondo – ci da resilienza.

Quando si pensa a una società che sostenta la vita, viene posta tanta attenzione su questioni molto pratiche
come energia, utilizzo del suolo, inquinamento ecc., mentre le dinamiche psicologiche ed emotive vengono trascurate. Come si spiega tutto ciò?
È vero. Siamo stati condizionati culturalmente a separare queste cose, ma quando lasci parlare sia il cuore che la mente le persone sanno rispettare e apprezzare l’onestà e l’integrità.

Il movimento delle Transition Towns, che ha contagiato anche l’Italia, ha tratto notevole ispirazione proprio dal tuo lavoro sulla transizione interiore vero?

In effetti il mio lavoro calza come un guanto il lavoro sulla transizione. Quando ho lavorato con Rob Hopkins – ex insegnate di permacultura capostipite delle Transition Towns nel Regno Unito
[N.d.R.] – la scorsa Pasqua a Findhorn, abbiamo fatto un workshop di due giorni su “Il lavoro che riconnette” e poi abbiamo proposto una conferenza sull’energia positiva e sulla strategia da applicare a livello locale. Rob stesso ha successivamente coinvolto dei miei colleghi che svolgono questo lavoro in Gran Bretagna.

A volte si avverte una sorta di pressione sul tempo, perché tutto sta terribilmente accelerando e si sente
la necessità di muoversi in fretta senza sapere come attenersi a questo ritmo di cambiamento. Questo spaventa molto.
Penso che la sensazione descritta sia alquanto condivisa da persone che vedono l’accelerazione degli effetti del cambiamento climatico, mentre permane invece una sorta di cecità collettiva. Bisogna cercare di ricordare che ci sono dei cambiamenti che stanno avvenendo nella psiche della nostra specie e che si stanno manifestando molto in fretta. Io sono stata in giro per molto tempo e quest’anno compio ottanta anni (è incredibile – mi sento ancora come se ne avessi 40!). Questo mi permette di vedere la velocità del cambiamento che si fa strada all’interno di quelle menti umane che si rendono conto che la Terra è un essere vivente e che noi le apparteniamo e possiamo appoggiarci alla rete della vita per prendere forza. Solo tre decenni fa nessuno ne parlava mentre ora se ne parla ovunque negli Stati Uniti – è veramente una grande rivoluzione non solo scientifica ma spirituale.
Dobbiamo renderci conto che non sta succedendo solamente a noi – non siamo solo noi a essere pronti per un cambiamento, pronti per sviluppare nuove capacità, intelligenza ecologica e una relazione con altri esseri viventi. Certo, tutto questo non viene detto nei canali mediatici dominanti, nelle chiese e nelle grandi istituzioni.

Pensi che questo stia succedendo anche al di fuori dei paesi occidentali come la Cina o il Medio Oriente?
Non so. Ma, per esempio, l’ho sentito molto forte in Giappone, dove sono stata qualche mese fa: lì molte persone hanno avvertito il fallimento del sistema capitalistico, che sta distruggendo la vita, quindi è destinato a crollare su se stesso. Noi dobbiamo cercare di essere pronti a cavalcare quest’onda.

Qual è il tuo sogno per il futuro?
Il mio sogno è che si possa riscoprire la bellezza della collaborazione con altri esseri umani e riprendere un senso di venerazione per la Terra e che lo si possa fare in tempo! Spero che possano esserci dei posti dove si possa conservare un po’ di quello che abbiamo appreso durante i millenni passati – come la musica, le arti, le pratiche spirituali – a beneficio delle generazioni del futuro. Non penso che possiamo cambiare l’intero sistema globale, ma il mio sogno è che possiamo formare una sorta di vivai interconnessi, degli alveari di buonsenso, per ritornare a una relazione positiva con la Terra. Non credo che siamo arrivati fino a qui per estinguerci completamente come specie. Il lavoro a livello locale è terribilmente importante perché ben presto non saremo più nella posizione di connetterci a lunghe distanze.

Pensi che possa essere possibile averti qui in Italia per un workshop in un prossimo futuro?
Potrebbe essere in congiunzione di un mio viaggio in Germania ipotizzato per il 2010. Sulla mia agenda sono segnati ancora tutti gli appuntamenti dei prossimi 18 mesi, come se tra un anno potessi facilmente prendere un aereo e venire in Europa. Ma chi può sapere cosa accadrà?

È uno scenario che fa paura in effetti …
Ma possiamo usare la nostra ansia per attuare la nostra trasformazione, non abbiamo altra scelta. Non è stupefacente? Eccoci qui, due donne che vivono sulla parte opposta del globo, che si parlano, ma potrebbero non avere più la possibilità di incontrarsi. Ma è così bello poter collaborare insieme, agendo ognuna a servizio della vita. I nostri antenati non avrebbero mai potuto immaginare una situazione così. I miei genitori pensavano che tutto sarebbe proseguito come sempre. Dobbiamo imparare a essere insieme anche a lunga distanza, in una sorta di connessione psico-emozionale: così, quando senti nuovamente una sensazione di panico, prova a immaginare il mio cuore a supporto del tuo, per il benessere di tutti. Proviamoci

 

 

http://www.progettogaia.it/stampa/index.asp?id=2583

la quotidiana rivoluzione delle piccole scelte

Essere contadini: la quotidiana rivoluzione delle piccole scelte

 

Il seguente articolo è tratto dalla rivista Consapevole 14 gennaio/marzo 2008.

«Scegliere uno stile di vita improntato alla sobrietà è il mezzo che serve da un lato per affrancarsi dai bisogni indotti e dall’altro per riappropriarsi del valore creativo del proprio lavoro, produrre opere e non “merce”. Farsi il pane, coltivare il proprio cibo, raccogliere le erbe per tisane e pomate, andare alla sorgente per bere acqua pura sono le pratiche di una quotidiana rivoluzione delle piccole scelte, che ci rende protagonisti e responsabili.»
Gruppo Selvatici

Questo brano è stato scritto per fare capire la dimensione del contadino.
Non del coltivatore diretto, che è un’altra cosa. È una figura istituzionalizzata, che paga le tasse, ha la pensione e pratica un’agricoltura redditizia, si può paragonare quindi all’operaio della fabbrica in quanto lavora per un padrone: il mercato. È soggetto alla speculazione degli intermediari che determinano il prezzo dei prodotti esercitando di fatto un potere ricattatorio nei suoi confronti, quindi è costretto a produrre in funzione di una richiesta esterna alle proprie esigenze, richiesta della terra su cui vive, ma funzionale ad un sistema economico privo di scrupoli e di coscienza.
Assoggettandosi a questo egli ha perso la propria identità, è diventato macchina all’interno di un ciclo produttivo capitalista, che lo sfrutta e lo controlla imponendogli scelte colturali, economiche, sociali. Indebitandosi per l’acquisto dei terreni e dei macchinari per fare gli impianti, per le sementi, i concimi, gli antiparassitari, egli ha creato la propria dipendenza dal denaro e dalle banche, in fin dei conti dalle multinazionali dell’agrobussines che hanno fatto del contadino un dipendente, uno sfruttato, un alienato.

Il contadino di cui parlo io, invece, è quell’individuo un po’ anarchico e un po’ sognatore, libero ed indipendente, che non ne ha mai voluto sapere di padroni e padrini, che coltiva il podere con passione ed amore sentendosi parte di quel microcosmo, di quell’ecosistema equilibrato di cui lui è semplicemente il custode e in cui agisce nel rispetto della terra, della fertilità del suolo e dei cicli naturali usando solo prodotti naturali e sementi che si rigenera da solo.
È tutt’uno con la propria terra, con gli alberi ed il selvatico, con gli animali che popolano il luogo, poiché con essi ha una relazione di empatia, di reciprocità quotidiana. Nei momenti in cui è stanco si ferma ad osservare la natura e dialoga con essa percependone il mistero, ovvero la spiritualità che è alla radice di tutte le cose, della vita. Questo è quel mondo che la globalizzazione vorrebbe fare scomparire, vorrebbe eliminare, perché è imprendibile, incontrollabile, non soggiace a regole, non lo si può comprare, mercificare, catalogare, manipolare. È qualcosa che sfugge alla loro ambizione di potere, che non si piega alle loro leggi perché è il contrario dell’omologazione, dell’appiattimento e della morte dell’anima che è alla base della società industriale, di quel fantomatico progresso che ha generato una”civiltà” di macchine, denaro, inquinamento ed alienazione che mette a repentaglio la vita stessa dell’uomo sulla terra.

Ma si sta risvegliando nella coscienza collettiva una nuova sensibilità verso i problemi dell’ambiente e dell’uomo. Una coscienza che fa si che l’uomo non sia più al centro della terra: l’ecosistema e le attività umane dovranno tener conto di tutte le relazioni per poter preservare la vita, affinché ci sia un futuro possibile anche per i nostri figli. Si stanno creando le condizioni permettere in pratica un diverso stile di vita basato sul ritorno alla terra, sulla decrescita consapevole, sul risparmio energetico, sull’alimentazione sana e naturale da ricercarsi in loco, piuttosto che lo sviluppo insostenibile, lo spreco delle risorse, il cibo spazzatura, modificato geneticamente che non si sa da dove provenga e cosa provochi.

Questo contadino è quella figura che vorrebbero eliminare con un atto buracratico-amministrativo dicendo che è scomparso, non paga le tasse e non produce per il mercato, dunque non esiste. Tant’è vero che oggi, all’anagrafe, non compare più la categoria del contadino agricoltore ma solo il coltivatore diretto.
Non è più possibile tenere animali e mangiarseli: devono essere tutti censiti all’anagrafe veterinaria e bollati con tanto di numero appiccicato l’orecchio. Devi comunicare loro le nascite e i decessi, e quanto altro ancora! Pur sapendo che, nella maggior parte dei casi, sono loro la causa del contagio di possibili malattie con le loro siringhe infette e cibo modificato (Mucca Pazza, Aviaria e lingua blu insegnano). Loro Signori, padroni della terra, politici corrotti, finanzieri, scienziati, dottori e professori, con tutto l’apparato che ci sta dietro creato per mantenere in piedi questa “Civiltà” dell’usa e getta, delle macchine e della guerra, sappiano bene che hanno costruito sì un’ impero, ma di carta, che scomparirà presto dalla scena come una comparsa fugace e non voluta nell’album del tempo e della storia.
È una “Civiltà” senza futuro, mentre la civiltà del contadino è destinata a durare nel tempo, è imperitura perché possiede un’anima ed una spiritualità: quella della terra e dell’amore che sono alla base della vita nella sua molteplicità infinita di relazioni, nella sua unità di base all’origine della materia. In simbiosi con il mistero della vita.

*Mario Cecchi fa parte del CIR (Corrispondenze Informazioni Rurali). Questo suo scritto è apparso sul bollettino numero 18 del CIR con il titolo “Orgoglio e dignità della civiltà contadina”.

Per approfondire
Chi sono i Selvatici? E che cos’è il CIR?
Ce lo raccontano i diretti interessati…
«Mi chiamo Renato. Con la mia compagna Manù siamo i “Selvatici” (all’origine era il nome della nostra newsletter) e viviamo in un vecchio borgo abbandonato del ponente ligure. Pratichiamo da anni quella che definiamo “sottrazione”: cioè un percorso di fuoriuscita dal circuito delle merci sia come produttori che come consumatori.
Facciamo parte di un Piccolo Popolo di contadini e artigiani-artisti manuali, con poca terra e pochi manufatti, che coltiva e lavora per la propria autosufficienza usando metodi antichi e innovativi allo stesso tempo (Fukuoka, orticoltura, sinergica, permacultura), che pratica l’autogestione della salute (studiando le erbe, le loro proprietà, curando con attenzione l’alimentazione eccetera) rispettando la Madre Terra.
Non siamo certo eremiti e buoni selvaggi mattacchioni: se in questo mondo globalizzato la merce ha riepmie ogni attimo della vita 24 ore su 24 per 365 giorni l’anno, se tutto è ridotto a merce, il gesto più radicale è non produrre e non consumare.
Siamo parte del CIR. e aderiamo alla Rete Bioregionale Italiana. Il CIR nasce nel 1998 a San Martino in Rio durante la Fiera dell’Autogestione. Le attività prevalenti sono: la pubblicazione di un bollettino a scadenza semestrale, la programmazione-organizzazione di incontri con discussioni, scambi e baratti, il lavoro comune nei luoghi che ospitano gli incontri.
Info
Per contattare il CIR e per ricevere il bollettino:
Il blog del CIR all’indirizzo http://www.cir.splinder.com/

Il blog dei Selvatici all’indirizzo http://selvatici.wordpress.com/