La transizione interiore

La transizione interiore
Quando intraprendiamo il percorso del cambiamento pensiamo quasi esclusivamente ai concreti passi da compiere, ma trascuriamo il nostro mondo interiore fatto di credo e valori altrettanto importanti per la riuscita del cambiamento: ignoriamo infatti che sono proprio questi il principale ostacolo alla via del successo.

Per questo motivo il movimento “Transition Town” – comunità che puntano ad una riconversione ecologica, in grado di essere autosufficienti rispetto all’esterno per quanto riguarda il cibo, l’energia e le attività economiche, in considerazione del picco del petrolio e del cambiamento climatico – dedica una notevole parte del proprio pensiero e del proprio programma agli elementi psicologici, emotivi e spirituali: perché si rende conto che la loro comprensione è fondamentale per compiere quel cambiamento paradigmatico richiesto per passare da una società basata sui consumi e sulla crescita industriale perpetua a una società a sostegno della vita. L’ispirazione e l’ausilio vengono presi in gran parte dall’importante lavoro che Joanna Macy, l’ottuagenaria ecofilosofa che si occupa di ecologia profonda, ha svolto su questi temi, esplorando innanzitutto il sistema valoriale alla base della nostra società attuale.

 

I tuoi workshop su “Il lavoro che riconnette” sono riusciti a mobilitare e dare supporto a tante persone nonché attivisti. Hai notato dei cambiamenti significativi negli approcci e riscontri durante gli anni più recenti?
Le persone che vengono ai miei workshop o anche solo alle mie presentazioni, dove cerco sempre di inserire una parte di lavoro esperienziale, sembrano pronte per muoversi in fretta, per ritornare in collegamento con le dimensioni emozionali, psicologiche e spirituali, come se si stessero mettendo in contatto con la loro coscienza interiore, rendendosi conto che questa nostra civiltà ha preso una strada sbagliata, almeno negli ultimi decenni. Sono pronte per uscire dalla bolla di illusioni e delusioni che li aveva resi insensibili ai veri bisogni del mondo. Stanno tirando fuori tutto il loro coraggio.

Durante questi tempi molto difficili, con una profonda crisi ecologica ed economico-finanziaria, molte persone iniziano a prevedere un collasso sistemico. Cosa sta succedendo, per esempio, negli Stati Uniti?
Qui, negli Stati Uniti, c’è molta paura e rabbia per il collasso economico. Il Governo, con nostro disappunto ma probabilmente per ragioni inevitabili, sta cercando di supportare il mercato finanziario e le regole di Wall Street – che si sono dimostrati incapaci di rispondere ai bisogni reali delle persone e del mondo naturale.

Il rischio di un panico collettivo è molto alto. Come vedi tutto ciò?
Alcune persone permangono in uno stato di paura e sperano che il sistema possa essere “aggiustato”, mentre sempre più persone diventano pronte per plasmare una nuova società a sostegno della vita.
Lo fanno in due modi: iniziano a lavorare in modo molto creativo e collaborativo a livello locale, come succede all’interno del movimento Transition Towns, e cercando nuove soluzioni per l’uso del suolo, del cibo, dell’autosufficienza energetica ecc. Io lo chiamo “costruire il nuovo nel guscio del vecchio paradigma”, il quale è destinato a morire perché oltre a non funzionare ed essere autodistruttivo, causa innumerevoli sofferenze. Le persone però nel frattempo non aspettano che il sistema dominante sparisca, ma creano il nuovo e lo stanno già facendo – mentre noi, qui, parliamo – così come lo vediamo nelle Transition Towns oppure negli ecovillaggi.

Ma a livello nazionale e globale cosa può essere fatto?
Dobbiamo cercare di influenzare le politiche nazionali e collettive. Proprio recentemente si sono creati dei nuovi “think tank” – gruppi che studiano i vari settori delle politiche pubbliche, con un’attenta analisi della politica sociale, dell’economia, la scienza e la tecnologia – anche a Washington, impegnati nella creazione di un’agenda per una nuova economia. A questo proposito consiglio il nuovo libro di David Korten, Agenda for a new economy, in cui l’autore ripropone l’idea di Richard Heinberg, che suggerisce di lavorare a livello locale preparando delle “scialuppe di salvataggio” oltre a stabilire passi e politiche molto concreti e articolati sia a livello nazionale che internazionale che permettano il cosiddetto passaggio da “Wall Street” a “Main Street”. Wall Street ha depauperato la nostra ricchezza quindi dobbiamo cambiare il sistema. I risparmi delle persone sono semplicemente spariti, motivo per cui si prevedono sommosse popolari ecc., che contribuiscono a creare uno scenario alquanto apocalittico.

Quali prospettive vedi quindi?
Vedo che nelle Transition Towns, come in tanti aspetti del “Great Turning” (La grande svolta), le persone si stanno riappropriando di modi di vita collaborativi e si cercano, come era in uso tante generazioni fa. La caratteristica di questi tempi è l’orrenda incertezza, il fatto che potrebbe andare bene o male. Potremmo arrivare alla grande svolta o alla grande disfatta e, in questo caso, saremo sopraffatti da carestie ed evacuazioni dovute al picco del petrolio e al cambiamento climatico. Oppure, possiamo cercare di accelerare la nuova e immensa rete di interconnessioni, alla base di una società più decente.
Non posso dire alle persone che tutto andrà per il meglio, dobbiamo essere sinceri perché è un momento di disperazione e di grande pericolo. Dobbiamo appellarci alla nostra intelligenza e al nostro coraggio e liberarci di quelle nozioni legate a privilegi e diritti acquisiti, lasciando emergere anche la saggezza indigena e ancestrale. A volte penso che non abbiamo speranza di sopravvivere, però ogni volta che interagisco con le persone con cui lavoro nei workshop mi sento più sollevata.

In effetti, quando si è in posizione di incoraggiare qualcuno possiamo nutrire una grande speranza o una sorta di panico, testimoniando un brusco cambiamento da uno stato d’animo all’altro.
Penso che questo duplice atteggiamento sia molto diffuso ed è importante riconoscerlo e capire quanto è utile. È molto utile poter sentire la paura perché ci aiuta a capire quello che sentono anche le altre persone e conduce a sentimenti di compassione e di rispetto per quello che gli altri stanno vivendo. Avere sempre un atteggiamento estremamente fiducioso non sarebbe molto utile perché le persone non si fiderebbero. Invece, in questo momento, è naturale mostrare le ferite e le sofferenze che questi tempi ci infliggono e le perdite che si stanno producendo – perdiamo le specie, gli ecosistemi, la civiltà, le lingue – questo lo sappiamo! Il lutto che sentiamo è più che comprensibile. Imparare a rendere onore a questa sofferenza, che è uno degli obiettivi chiave dei miei workshop – cioè onorare il dolore per il mondo – ci da resilienza.

Quando si pensa a una società che sostenta la vita, viene posta tanta attenzione su questioni molto pratiche
come energia, utilizzo del suolo, inquinamento ecc., mentre le dinamiche psicologiche ed emotive vengono trascurate. Come si spiega tutto ciò?
È vero. Siamo stati condizionati culturalmente a separare queste cose, ma quando lasci parlare sia il cuore che la mente le persone sanno rispettare e apprezzare l’onestà e l’integrità.

Il movimento delle Transition Towns, che ha contagiato anche l’Italia, ha tratto notevole ispirazione proprio dal tuo lavoro sulla transizione interiore vero?

In effetti il mio lavoro calza come un guanto il lavoro sulla transizione. Quando ho lavorato con Rob Hopkins – ex insegnate di permacultura capostipite delle Transition Towns nel Regno Unito
[N.d.R.] – la scorsa Pasqua a Findhorn, abbiamo fatto un workshop di due giorni su “Il lavoro che riconnette” e poi abbiamo proposto una conferenza sull’energia positiva e sulla strategia da applicare a livello locale. Rob stesso ha successivamente coinvolto dei miei colleghi che svolgono questo lavoro in Gran Bretagna.

A volte si avverte una sorta di pressione sul tempo, perché tutto sta terribilmente accelerando e si sente
la necessità di muoversi in fretta senza sapere come attenersi a questo ritmo di cambiamento. Questo spaventa molto.
Penso che la sensazione descritta sia alquanto condivisa da persone che vedono l’accelerazione degli effetti del cambiamento climatico, mentre permane invece una sorta di cecità collettiva. Bisogna cercare di ricordare che ci sono dei cambiamenti che stanno avvenendo nella psiche della nostra specie e che si stanno manifestando molto in fretta. Io sono stata in giro per molto tempo e quest’anno compio ottanta anni (è incredibile – mi sento ancora come se ne avessi 40!). Questo mi permette di vedere la velocità del cambiamento che si fa strada all’interno di quelle menti umane che si rendono conto che la Terra è un essere vivente e che noi le apparteniamo e possiamo appoggiarci alla rete della vita per prendere forza. Solo tre decenni fa nessuno ne parlava mentre ora se ne parla ovunque negli Stati Uniti – è veramente una grande rivoluzione non solo scientifica ma spirituale.
Dobbiamo renderci conto che non sta succedendo solamente a noi – non siamo solo noi a essere pronti per un cambiamento, pronti per sviluppare nuove capacità, intelligenza ecologica e una relazione con altri esseri viventi. Certo, tutto questo non viene detto nei canali mediatici dominanti, nelle chiese e nelle grandi istituzioni.

Pensi che questo stia succedendo anche al di fuori dei paesi occidentali come la Cina o il Medio Oriente?
Non so. Ma, per esempio, l’ho sentito molto forte in Giappone, dove sono stata qualche mese fa: lì molte persone hanno avvertito il fallimento del sistema capitalistico, che sta distruggendo la vita, quindi è destinato a crollare su se stesso. Noi dobbiamo cercare di essere pronti a cavalcare quest’onda.

Qual è il tuo sogno per il futuro?
Il mio sogno è che si possa riscoprire la bellezza della collaborazione con altri esseri umani e riprendere un senso di venerazione per la Terra e che lo si possa fare in tempo! Spero che possano esserci dei posti dove si possa conservare un po’ di quello che abbiamo appreso durante i millenni passati – come la musica, le arti, le pratiche spirituali – a beneficio delle generazioni del futuro. Non penso che possiamo cambiare l’intero sistema globale, ma il mio sogno è che possiamo formare una sorta di vivai interconnessi, degli alveari di buonsenso, per ritornare a una relazione positiva con la Terra. Non credo che siamo arrivati fino a qui per estinguerci completamente come specie. Il lavoro a livello locale è terribilmente importante perché ben presto non saremo più nella posizione di connetterci a lunghe distanze.

Pensi che possa essere possibile averti qui in Italia per un workshop in un prossimo futuro?
Potrebbe essere in congiunzione di un mio viaggio in Germania ipotizzato per il 2010. Sulla mia agenda sono segnati ancora tutti gli appuntamenti dei prossimi 18 mesi, come se tra un anno potessi facilmente prendere un aereo e venire in Europa. Ma chi può sapere cosa accadrà?

È uno scenario che fa paura in effetti …
Ma possiamo usare la nostra ansia per attuare la nostra trasformazione, non abbiamo altra scelta. Non è stupefacente? Eccoci qui, due donne che vivono sulla parte opposta del globo, che si parlano, ma potrebbero non avere più la possibilità di incontrarsi. Ma è così bello poter collaborare insieme, agendo ognuna a servizio della vita. I nostri antenati non avrebbero mai potuto immaginare una situazione così. I miei genitori pensavano che tutto sarebbe proseguito come sempre. Dobbiamo imparare a essere insieme anche a lunga distanza, in una sorta di connessione psico-emozionale: così, quando senti nuovamente una sensazione di panico, prova a immaginare il mio cuore a supporto del tuo, per il benessere di tutti. Proviamoci

 

 

http://www.progettogaia.it/stampa/index.asp?id=2583

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